BESHALLAKH
Tra le tante cose riportate in questa porzione della Torà vogliamo soffermarci su una parola specifica che appare nel versetto 14, 10: “Il faraone si avvicinò”. Questo versetto spiega come – mentre Israèl procede verso il monte Sinày, per ricevere la Torà – il faraone, dopo essere stato costretto dalle 10 piaghe a lasciare andare il popolo ebraico, ci ripensa. Quindi al comando del suo esercito insegue Israèl, mentre si trova presso la riva del Mar Rosso (Golfo di Suez). Dove Hashèm dividerà il mare permettendo a Israèl di passare in salvo, per poi affogare gli egizi in esso.
La parola ebraica utilizzata per “avvicinò”, nel versetto 10, è הקריב – hikrìv. Tuttavia, come spiega il grande Rashi, nel suo commento al versetto, il termine più corretto avrebbe dovuto essere קרב, karàv, “avvicinare”: sostanzialmente la stessa parola, ma priva di due lettere: la hey ה e la yud י.
E in base al principio secondo cui nella Torà ogni parola è “contata”, nulla è superfluo e ogni singola lettera ha una sua importanza e significato, dovremmo chiederci il motivo di questa “stranezza”. Ovviamente, molte possono essere le spiegazioni, ma qui ne vogliamo proporre una che riteniamo molto importante per il percorso spirituale di noi tutti, anche oggi.
Vicini Controvoglia
Un altro grande commentatore della Torà, Rabbènu Bekhayè, fornisce una spiegazione per quanto detto sopra: la parola hikrìv “avvicinò”, הקריב, essendo una forma intransitiva, può significare che il faraone ha “portato vicino”, ossia che la condotta del Faraone “avvicinò” gli israeliti a Dio. Questo è potuto accadere poiché ha permesso il loro pentimento, affinché potessero essere degni di essere salvati. Questa spiegazione la troviamo anche allusa e celata nelle stesse lettere adoperate per la parola “avvicinò”, come scritta nel versetto 14, 10.
Come spiegato da Rashì, la Torà avrebbe potuto usare solo 3 lettere per significare che il faraone si è avvicinato קרב: (da destra a sinistra) la kuf (ק), la resh (ר) e la vet o bet (ב). Tuttavia, se togliamo le due lettere “di troppo” alla parola הקריב, la hey ה e la yud י, otteniamo uno dei Nomi più elevati e importanti di Hashèm, il Nome י- ה. Queste due lettere, infatti, compongono le prime due del Sacro Nome impronunciabile di Dio, il Tetragramma.
Ricapitolando, una volta sottratte la hey e la yod alla parola הקריב, “si avvicinò”, otteniamo la conferma cabalistica della spiegazione data da Rabbènu Bekhayè. Cosa fece avvicinare il faraone? Fece “Avvicinare”, קרב il popolo ebraico a Dio י – ה (הקריב)!
Inoltre, a riprova di questo, Rabbènu Bekhayè cita il Talmud Sanhedrìn 97 per spiegare che tipo di “avvicinamento” o teshuvà il popolo ebraico ha compiuto. Tuttavia, in questa parte del Talmud è commentata una vicenda molto diversa, quella legata agli avvenimenti relativi la festività di Purìm. Il Talmud spiega che Dio ha permesso a un antisemita come Hamàn di poter elaborare il suo piano malvagio, solo al fine di indurre il popolo ebraico del tempo a tornare a Lui, attraverso la teshuvà.
La vicenda di Hamàn – dove si ricordano le gesta della regina Ester e di Mordekhai – è celebrata perché non solo il malvagio piano di Hamàn è fallito ma, soprattutto, perché tutta la vicenda di Purìm si fonda sulla miracolosa salvezza del popolo ebraico. Allo stesso modo il popolo ebraico sulle rive del Mar Rosso ha dovuto, attraverso la preghiera e il pentimento, ritornare a Dio al fine di permettere che il mare si aprisse.
Non solo ma se ci riflettiamo bene possiamo vedere come le due storie, quella di Hamàn e quella del popolo ebraico, alle soglie dell’apertura del Mar Rosso, hanno alcune cose in comune, ma forse in un modo diverso, più “sottile”.
Fiducie Diverse
Nella vicenda di Purìm lo schema seguito dai protagonisti, Mordekhai ed Ester, e dall’intero popolo ebraico del tempo, era sostanzialmente questo: pregare e/o digiunare e poi azione. Prima si ponevano le basi che dimostravano che Hashèm era ed è il vero padrone di tutto (digiuno, preghiera) e poi si agiva: Mordekhai anche a rischio della sua vita non si è mai inchinato ad Hamàn, il popolo ebraico ha dovuto combattere per salvare la vita e la regina Ester ha dovuto mettere in pericolo la sua vita per parlare con il re persiano, ad esempio.
Invece, nella vicenda del Mar Rosso è noto che il popolo ebraico si divise in 4 gruppi, dopo aver visto le schiere del faraone avvicinarsi: quelli che preferivano affogare piuttosto che arrendersi, chi ritornare in Egitto, chi voleva combattere gli egiziani e per ultimo chi pregare Hashèm. A tutti loro è stato detto “Non temete: state a guardare Hashèm combatterà per voi…” (14, 13.). In altre parole, è stato risposto al popolo ebraico di non fare nulla e di aspettare con fiducia che si realizzi la promessa di Hashèm. Anzi, una cosa doveva essere fatta: mettersi in marcia verso il mare con la certezza che esso si aprirà. Perché questo? Perché così aveva promesso Hashèm!
Pertanto, si può dire che il livello di fiducia in Dio e di teshuvà richiesto ai tempi di Mordekhai e Hamàn, anche se pur sempre una grande prova, non era paragonabile a quella richiesta al popolo ebraico nel deserto. Sapere di poter vincere una battaglia o di affrontare un re, anche a costo della vita, richiede certamente una gran dose di fiducia e fede in Hashèm, tuttavia si tratta di veder realizzata la salvezza implorata a Dio pur sempre attraverso atti razionali, logici e quindi comprensibili.
Il livello di Emunà fede chiesto al popolo nel deserto era di un livello che trascendeva ogni logica: camminare verso un mare MOLTO AGITATO che si sarebbe aperto…! Come chiedere a una persona di buttarsi giù da un ponte, dicendogli che gli spunteranno le ali! Inoltre, tutto ciò doveva essere fatto senza dover pregare o implorare Hashèm. Una fede assoluta, un’assoluta certezza che Hashèm agirà come ha detto e che non richiedeva neanche la preghiera o il digiuno! Una sorta di “dato di fatto oggettivo”.
Da quanto detto, sembrerebbe che l’analogia tra la vicenda di Hamàn e quella dell’esodo non sia così simile (del tipo di teshuvà). Quindi, rimane la domanda del perché Rabbènu Bekhayè abbia citato un brano del talmud che parla di Purìm, come riprova alla sua tesi circa il fatto che il faraone, inseguendo con il suo esercitò il popolo ebraico lo abbia avvicinato a Dio?
Comfort Zone
Forse la risposta la troviamo non nel lieto fine della storia di Purìm, ma nel suo antefatto, ossia nel motivo per cui il popolo ebraico si è “meritato” Hamàn. Da quanto ne sappiamo, nell’esilio persiano, il popolo ebraico non ha abbandonato la Torà di Hashèm, né tanto meno le Sue mitzvòt: vi erano sinagoghe e comunità ebraiche fiorenti dove si studiava la Torà; addirittura, all’inizio del libro di Ester, durante il grande banchetto organizzato dal re, gli ebrei hanno chiesto e ottenuto di mangiare kashèr. Quindi quale grave peccato avrebbero commesso?
Forse il peccato degli israeliti fu proprio quello di essersi “adattati comodamente” all’esilio, di trovarsi così bene in quella terra ricca e governata da un re umano, così potente e generoso, da farli sentire appagati e al sicuro. False certezze che avevano fatto perdere ogni desiderio di ritornare, magari un giorno, a ricostruite il tempio e ripopolare la terra che Hashèm ha dato al popolo ebraico come eredità eterna, Israele. In sostanza, gran parte del popolo ebraico ai tempi di Mordekhai aveva perso il desiderio di compiere la missione divina di cui Hashèm lo aveva comandato. Il pericolo mortale del progetto di Hamàn si è manifestato solo con il permesso di Hashèm, proprio per “risvegliare” questo desiderio, per far capire agli israeliti che per quando “comodo” fosse quel posto non era la loro casa, né la loro terra e né erano realmente al sicuro in essa, per quanto un re potesse sembrare buono, generoso o amico. E soprattutto che il progetto del vero padrone del mondo, di Hashèm non era quello di rimanere per sempre in esilio.
A questo punto “una domanda dovrebbe sorgere spontanea”. Cosa c’entra, con quanto appena scritto, la vicenda del popolo ebraico sulle rive del Mar Rosso? Non erano già usciti per seguire Hashèm nel deserto? Non avevano già dimostrato, almeno in una certa misura, fede in Dio?
Di primo acchito verrebbe di rispondere di sì! In fondo i partecipanti dell’esodo erano circa il 20% del popolo che, fino alla piaga del buio, erano presenti in Egitto, in terra di Gòshen. Quindi, cosa dovevano dimostrare? Tutti coloro i quali volevano uscire e seguire Hashèm e il Suo piano divino erano già lì, mentre gli altri erano morti!
Anche se queste considerazioni hanno la loro dose di verità, tuttavia, bisognerebbe capire che in fondo i “sopravvissuti” del popolo che sono usciti dall’Egitto non avevano mai dovuto agire fattivamente per ottenere questo risultato. Loro, in fondo, hanno semplicemente ammirato la forza e la grandezza di Hashèm e non hanno mai dovuto affrontare rischi o pericoli reali. Hashèm ha quasi distrutto l’Egitto e gli egiziani, ma il Suo popolo non venne quasi neanche sfiorato dalle piaghe. Invece, abbondanti sono stati i benefici di questo: la schiavitù terminò, gli egiziani hanno iniziato ad aver timore degli ebrei e rispettarli e, soprattutto, si sono arricchiti oltremisura, portandosi via oro, gioielli, bestiame ecc. In poco tempo gli ebrei sono passati dalla schiavitù più dura, “all’uscire trionfanti e a testa alta dall’Egitto”, quasi senza aver avuto il tempo di riflettere e capire, sono stati presi e portati verso il deserto, sotto la protezione di Hashèm. Ma quanti avevano veramente e consapevolmente aderito al piano divino che li avrebbe portati fino alla terra promessa, Israele?
Oltretutto, quale era il vero scopo dell’avvicinarsi del faraone con il suo esercito? Non è plausibile pensare che il faraone volesse demoralizzare il popolo ebraico per riportarli indietro in Egitto? E non è altrettanto pensabile che ameno una buona parte del popolo non rimpiangesse nel profondo suo cuore l’idea di ritornare in Egitto, ricchi e liberi? Dopo le piaghe, infatti, difficilmente il faraone avrebbe ridotto nuovamente in schiavitù il popolo ebraico. Probabilmente avrebbe potuto godere dei molti agi e lussi offerti da quel grande paese e grande re, senza dover arrischiarsi in una lunghissima, difficile e rischiosa avventura nel deserto. Il fascino della “comfort zone” probabilmente albergava in gran parte degli israeliti nel deserto, come e forse più dei loro futuri discendenti in esilio in Persia ai tempi di Ester.
Quanto detto potrebbe essere “celato” proprio nel successivo versetto di questa parashà dove è scritto che “Dissero a Moshè: È perché non ci sono tombe in Egitto che ci hai portati a morire nel deserto?” (Esodo 14, 11). Appena visto il faraone con i suoi carri giungere verso di loro gli israeliti accusarono Moshè di aver messo in pericolo le loro vite nel deserto inutilmente. Tuttavia, non è solo questo, poiché la parola “tombe” nasconde probabilmente alcuni significati molto sottili e profondi circa la percezione di quello che il popolo ebraico pensava di poter fare come una sorta di “comoda alternativa” ai piani di Hashèm.
Le Tombe dell’Òmer
Adesso analizziamo la parola “Tombe” קברים, kevarim presente nel versetto 11 della parashà settimanale. E con una certa sorpresa possiamo vedere come la parola “Tomba” è scritta esattamente come la parola “avvicinò” presente nel versetto 10: קרב che si legge kever. Ovviamente la parola “Tomba” al plurale è composta dalle lettere קרב + il suffisso plurale maschile della grammatica ebraica, Im – ים , formato dalle lettere ebraiche yod י e mem ם dal valore ghematrico pari a 50.
Pertanto, la parola “Tombe” potrebbe leggersi sia “Tombe” che “Avvicinare a Im”.
Adesso rimane da comprendere che significato può avere la parola “Im”, yod + mem. Questo termine, teniamolo a mente per dopo, significa anche “Mare”. Mentre dal punto di vista mistico della ghematria (valore numerico di una parola) se addizioniamo il valore di queste due lettere yod = 10 + mem = 40 otterremo 50 uno dei numeri più importanti e significativi secondo la cabala.
50 è il numero totale delle “Porte della Intelligenza” che a sua volta rappresentano anche la conclusione di un percorso di rettificazione individuale di 49° tappe che si celebra dopo il conteggio dell’Òmer. In questo conteggio noi dovremmo ogni giorno, attraverso l’interclusione delle Sefiròt che rappresentano i nostri aspetti spirituali più nascosti, raffinare noi stessi e “AVVICINARCI” ad Hashèm. Si conta l’Òmer ogni sera per 49° giorni dopo il crepuscolo, dalla seconda sera di Pèssakh fino alla sera prima di Shavuòt. E cosa festeggiamo al 50° giorno di Shavuòt? Matàn Torà, il “Dono della Torà” sul Monte Sinày, il principale scopo dell’intera quarantennale peregrinazione del popolo ebraico nel deserto.
Iniziamo a comprendere ora il significato nascosto dietro la parola “Tombe” del versetto 11? In sostanza è come se il popolo ebraico stesse dicendo a Moshè: “Perché ci vuoi far morire nel deserto non possiamo avvicinarci a Matàn Torà in Egitto?”.
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L’Essenzialità delle Sfide Spirituali
Nell’ormai consueto appuntamento della “Saggezza Quotidiana” – il libro pubblicato da Mamash, basato sugli insegnamenti chassidici del Rebbe e dei suoi predecessori – vi proponiamo una interessante lettura della parashà di questa settimana, Beshallàkh collegata con la riflessione precedente.
Il brano del libro “Saggezza Quotidiana” che commenta il versetto 14, 10 non a caso sottolinea l’importanza delle sfide spirituali: “Quando ci troviamo di fronte a una sfida, dovremmo considerarla un’opportunità di crescita spirituale, piuttosto che cercare di evitarla. Diversamente, le comodità e l’appagamento possono farci perdere di vista le priorità, indebolendo il nostro senso di urgenza per la nostra missione divina” (citazione).
Proprio quello che una parte del popolo ebraico voleva evitare: la sfida del deserto, le sue difficoltà e contraddizioni. Si potrebbe dire anche a ben ragione! Con il senno del poi… No? Se ci pensiamo un attimo, durante i quarant’anni nel deserto accaddero eventi grandiosi e miracolosi, ma anche tragici: il Dono della Torà, la manna, ma anche la rivolta di Kòrakh, il “peccato” degli esploratori ecc… Inoltre, alla fine di questo periodo quasi l’intera generazione delle persone presenti sulle rive del Mar Rosso morirono nel deserto.
Quindi quella parte del popolo ebraico che, dal punto di vista logico e in maniera anche comprensibile, si stava lamentando con Mosè, in fondo voleva seguire la volontà di Hashèm, ma in maniera “più comoda”, in Egitto. Alcuni israeliti volevano o pensavano possibile realizzare lo scopo di Matàn Torà: la rivelazione nella materia della Luce Infinita di Hashèm, attraverso la rivelazione piena e completa dei segreti spirituali della Torà, nella “comodità” egiziana; ma senza troppo soffrire e magari “peccare” ed essere puniti.
Questa illusione è molto diffusa oggi, anche comprensibilmente, spesso si pensa di poter servire Hashèm senza annullarsi completamente al Suo disegno divino che Lui ha in serbo per ognuno di noi. Ebrei e non ebrei tutti hanno la possibilità e la grande opportunità di realizzare ora, in questo mondo, la piena e completa redenzione messianica. Hashèm, però, ci chiede solo di seguirlo con fiducia e di cercare di affrontare qualche sacrificio al fine di migliorare noi stessi giorno dopo giorno.
Per questo occorre allontanare dalle nostre menti e cuori l’idea di “crogiolarsi” nella comodità quotidianità, di sentirci appagati anche nei nostri difetti e limiti. Soprattutto di non credere e pensare di poter aver fiducia nei nostri “faraoni” esteriori o interiori. Di crederci al sicuro e appagati nella nostra “Persia” o “Egitto”, ossia nei luoghi comodi dove viviamo. Lo scopo della creazione è quello di andare verso il Monte Sinày per poter giungere alla redenzione, la “Terra Promessa”. Solo così possiamo fare in modo di “Avvicinarci al 50° livello (Im (מי, alla Torà” e non finire nella “Tomba, in fondo al mare”.
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Beshallàkh
La Divisione del Mare
Esodo da 13, 17 fino a 17, 16
La quarta sezione del libro dell’Esodo inizia con il Faraone che li “manda” (beshallàkh, in ebraico) fuori dall’Egitto. Israèl procede verso il monte Sinày, per ricevere la Torà, ma sono inseguiti dal faraone e dall’esercito egiziano. Hashèm divide il Mar Rosso (Golfo di Suez) permettendo a Israèl di passare in salvo, per poi affogare gli egizi in esso. Quindi, gli israeliti continuano verso il monte Sinày con Hashèm che fornisce miracolosamente cibo (manna) dal cielo e acqua da una roccia. Proprio mentre si avvicinano alla loro destinazione, gli israeliti vengono attaccati dal popolo di Amalèk.
Shemòt 14, 9–14
Hashèm sa che Israèl non si sente totalmente libero dalle grinfie del faraone finché questi rimane in vita e sa come anche solo la potenziale minaccia di un suo inseguimento, potrebbe impedirgli di ricevere pienamente la Torà. Così, Egli rende di nuovo il faraone testardo, ispirandolo a inseguire gli ebrei sulle rive del Mar Rosso (il Mare dei Giunchi, presso il Golfo di Suez). Vedendolo avvicinarsi, Israèl viene colto dal panico.
Abbracciare le Sfide Spirituali
Il faraone si avvicinò. (14, 10)
Il Midràsh offre un’altra interpretazione: inseguendoli, il faraone attira il popolo israelita più vicino ad Hashèm, come dimostra il loro rivolgersi a Lui, quando videro avvicinarsi l’esercito egiziano.
In effetti, è spesso l’opposizione che risveglia le nostre riserve di energia più profonde. Quando ci troviamo di fronte a una sfida, dovremmo considerarla un’opportunità di crescita spirituale, piuttosto che cercare di evitarla. Diversamente, le comodità e l’appagamento possono farci perdere di vista le priorità, indebolendo il nostro senso di urgenza per la nostra missione divina. Le avversità fisiche o spirituali possono sconvolgere questo stato di apatia, minando la sicurezza in noi stessi e offrendoci l’opportunità di avanzare nella nostra relazione con Hashèm, superando l’ostacolo.

