Sposare una moglie che odiamo

PERCHÉ SPOSARE UNA MOGLIE CHE ODIO? Odiamo ciò che non comprendiamo

La storia dell’inganno di Lavàn, che scambia Rachele con Leà, è una delle storie più intriganti di tutto il Tanàkh (l’insieme del Pentateuco, Profeti e Agiografi). In essa troviamo alcune delle idee più profonde sulle relazioni, sull’amore e sul funzionamento della mente umana. 

Ma oggi vorrei fare una semplice domanda: come può Giacobbe odiare la propria moglie, Leà? Giacobbe il terzo e il più perfetto Patriarca d’Israele, il padre di ogni ebreo, come poteva, proprio lui, odiare veramente la propria moglie? Dato che la Torà è sinonimo di HORAÀ – INSEGNAMENTO, ogni racconto ci deve dare una lezione pratica. Allora quale lezione impariamo da questa storia? 

In effetti, il Talmud ci mette in guardia pesantemente sul fatto di vivere con una moglie che odiamo e disprezziamo: o cambi il tuo atteggiamento o esci dal matrimonio. Oltretutto, una simile relazione è particolarmente dannosa per i bambini. Se Giacobbe davvero odiava Leà, perché si è sposato con lei?

Ci sono molte interpretazioni, su questa famosa vicenda, ma probabilmente, quella più originale e sorprendente, si trova negli scritti dei primi due maestri della dinastia Chabad: Rabbi Shneur Zalman di Liadi, noto come Alter Rebbe (1745-1812); e quella di suo figlio, Rabbi Dov Ber, noto come Mitelè Rebbe (1733-1828). 

È importante sottolineare come il 9 del mese di Kislèv, questo Shabbàt (il 13 novembre), si ricorda sia lo yartzeit, l’anniversario ebraico della scomparsa del Mitelè Rebbe, sia il suo compleanno. Come capita ai grandi Tzaddikìm, Moshè in primis, spesso la data della loro nascita e scomparsa coincidono. Mentre l’anniversario della sua liberazione dalla prigionia sotto il regime zarista è il 10 di Kislèv. 

Questi due grandi maestri spiegano che le persone odiano ciò che non capiscono; temono ciò che non possono conquistare, odiano ciò che non possono controllare. 

L’Inganno 

Giacobbe fugge dalla sua dimora in terra di Canaàn e viaggia verso est fino alla casa di Lavàn. All’arrivo incontra la figlia minore di Lavàn, Rachele e si innamora di lei. Lavàn gli propone un accordo: “lavora per me sette anni e te la darò in sposa”. Giacobbe rispetta l’accordo, ma nella notte di nozze, Lavàn sostituisce Leà con Rachele. Di notte Leà entra sotto il baldacchino nuziale, al posto di Rachele. Giacobbe consuma il matrimonio e scopre l’inganno solo il mattino dopo. Alla fine, Giacobbe accettò il suo destino e rimase con Leà, ma sposa anche Rachele, la moglie da lui scelta fin dall’inizio. 

Questa è la descrizione fatta dalla Torà (Genesi 29, 30-33): 

“(Giacobbe) Si unì anche a Rachele e amò Rachele più di Leà; lavorò con lui (Lavàn) per altri sette anni. E Dio vide che Leà era ODIATA, così aprì il suo grembo; mentre Rachele era sterile. Leà concepì e partorì un figlio, e lo chiamò Reuvèn, poiché disse: “Poiché il Signore ha visto la mia afflizione, ora mio marito mi amerà”. Concepì di nuovo e partorì un figlio, e disse: “Poiché il Signore ha sentito che sono odiata, mi ha dato anche questo”. Quindi lo chiamò Shimòn (che vuole dire ascoltare). 

Mondo Nascosto e Mondo Rivelato 

Questa è una delle storie più intriganti di tutto il Tanàkh. Contiene alcune delle idee più profonde sulle relazioni, l’amore e il funzionamento della mente umana. Come può Giacobbe, il terzo Patriarca di Israele, odiare la propria moglie, Leà? Il padre di ogni ebreo che vive da allora fino ad oggi poteva odiare davvero il proprio coniuge? 

Solo poche storie sono raccontate nella Torà scritta, poiché ognuna costituisce una lezione senza tempo, un progetto per le nostre vite. Quindi, essendo una delle poche storie dettagliatamente narrate dalla Torà, significa che essa può insegnarci molte cose. 

Nello Zohar, Leà e Rachele sono descritte come “il mondo nascosto” e il “mondo rivelato”. Leà, spiega l’Alter Rebbe, era molto più profonda di Rachele. 

Mentre Rachele rappresenta il sé cosciente, il sé proiettato, manifestato ed espresso in articolate emozioni e parole, Leà rappresenta il sé inconscio, i componenti dell’identità che sono nascosti dalle nostre esperienze coscienti e dal senso concettuale di sé. 

Ognuno di noi ha una “Rachele” e una “Leà” “interiori”. Esse si manifestano quando interagiamo tra i coniugi, con i nostri figli, i nostri genitori, fratelli e amici, nelle nostre vite e, naturalmente, nella nostra esperienza con Dio. 

Rachele simboleggia quella dimensione del nostro IO che crea una percezione del prossimo: quegli aspetti del coniuge o dei figli che comprendiamo, apprezziamo e in qualche modo possiamo controllare e circoscrivere con la nostra mente. Rachele rappresenta quegli aspetti dei nostri figli che “otteniamo” in maniera confortevole. Rachele riflette le parti di noi che possiamo classificare, vedere e modellare; quegli aspetti della psiche con cui siamo venuti a patti. 

Leà, rappresenta i componenti del nostro coniuge che ci sfidano, gli aspetti dei nostri figli che ci costringono a rivalutare tutto su noi stessi, le dimensioni della nostra identità che abbiamo represso da tempo e ci scioccano. Leà incarna gli aspetti di noi a cui non siamo capaci di dare un senso una ragione. 

Pertanto, risulta logico identificare Rachele come una creatura amabile e identificare Leà come una persona da odiare. Tuttavia, in base a quanto scritto finora non rispondiamo alla domanda più importante: Perché accade ciò? 

Per rispondere a questo fondamentale quesito partiamo da una sbalorditiva osservazione dell’Alter Rebbe: LE PERSONE ODIANO CIÒ CHE NON CAPISCONO. Si allontanano da ciò che non possono circoscrivere con il loro cervello; temono ciò che non possono conquistare; odiano ciò che non possono controllare. 

Apprezziamo e amiamo solo le cose che possiamo assimilare alle modalità e alle strutture della nostra identità. Solo ciò che possiamo inserire nella “nostra scatola”. 

Invece, quando ci troviamo di fronte a una realtà che sfida la nostra “zona comoda”, essa innesca un profondo fermento in noi che ci spaventa e, a volte, ci travolge. Improvvisamente traspare tutto ciò che non conosciamo di noi. Questo ci fa sentire vulnerabili, poiché ci impedisce di continuare a controllarci e ci informa di quanto siamo stati portati lontano nell’oscurità dal nostro ordinato metodo per sopravvivere. Quindi come reagiamo? Iniziamo a odiare! Ciò ci consente di ignorare il problema e andare avanti. La resistenza, sotto forma di odio, ci consente di ignorare la verità. 

Rachele è una donna attraente e bella, l’amiamo perché la “comprendiamo” e apprezziamo ciò che otteniamo, si inserisce nelle nostre zone di comfort e, come tale, migliora, apparentemente, le nostre vite. In ebraico Rachele significa “pecora”, un animale caratterizzato dal suo colore bianco brillante e dalla sua natura serena e amabile. La numerologia del nome ebraico Rachele, 238, è la stessa della numerologia delle parole ebraiche “Vayhì Or – אור ויהי“ “e fu luce”. Rachele è leggera, rappresenta il nostro sé proiettato, incarna la luce che ci permette di osservare e capire. 

Leà deriva dalla parola ebraica “nilè” “esaurimento”. Lei incarna una profondità infinita che ci stanca: ci confonde e ci travolge. Leà fa vibrare la nostra psiche cosciente. Lei non ha nessun filtro. Noi non “vediamo” Leà; ci sentiamo solo messi a disagio da lei. Non si può vedere il proprio inconscio, i nostri occhi limitati, non possono raggiungerlo. Puoi semplicemente farti scuotere da esso, perché non puoi mai averlo, ma lui si, ti controlla. 

Come Incontrare la Nostra Leà? Mai Consapevolmente! 

Giacobbe non può entrare in una relazione con Leà per scelta. Leà ci sorprende sempre. Non è qualcosa per cui ci prepariamo, perché ciò per cui ci prepariamo è sempre un riflesso delle nostre aspirazioni e aspettative. Leà rappresenta le parti nascoste della persona che non si “conoscono” in modo sistematico, quelle che entrano nella nostra vita inconsciamente. 

Leà personifica le realtà della vita che sfidano i nostri costrutti mentali e quindi la incontriamo “per sbaglio”. Le cose che trascendono i nostri sistemi ed entrano nella vita attraverso percorsi inconsci. Giacobbe non può accettare di sposare Leà. Nessuno farebbe consapevolmente una cosa del genere, perché Leà sfida il senso dell’”Io”. La nostra coscienza non sceglierebbe mai Leà: solo il nostro io super cosciente sceglierebbe, in modo inconscio, una relazione con Leà. 

Quindi, anche se Giacobbe sceglie di sposare Rachele, incidentalmente è ingannato da Lavàn e costretto di sposare Leà. Metaforicamente parlando è come se ognuno di noi sposasse due persone che rappresentano le due parti di noi stessi: Leà e Rachele interiori. Il sé cosciente “sposa” ovvero incontra la parte conscia, tramite la proiezione della sua parte rivelata nell’altro coniuge; analogamente il sé inconscio “sposa” quella parte nascosta proiettandosi nella parte inconscia del consorte. Questa è l’unione più profonda che c’è nel matrimonio, ma che non possiamo vedere e comprendere razionalmente. Quindi la prima sposa è amata, mentre l’altra quella che ci mostra le nostre parti scomode è “odiata”. 

Come Giacobbe ha capito questo e lentamente ha imparato ad apprezzare, rispettare e amare Leà, anche noi dovremmo scoprire queste capacità interiori che abbiamo, quegli aspetti delle nostre vite che ci sfuggono di più e che potrebbero contenere i più profondi “tikunìm” (poteri curativi) per noi: quegli aspetti nel nostro coniuge che ci irritano di più, potrebbero celare il segreto della nostra guarigione; gli aspetti delle relazioni che mettono in discussione alcune delle nostre emozioni più profonde, possono contenere la chiave per un nuovo livello di scoperta di sé. A volte odiamo le cose perché fanno male a noi, ma non sempre! Alcune cose le odiamo, perché abbiamo paura della loro verità, o perché abbiamo paura di aprirci a orizzonti sconosciuti. Odiamo tutte queste cose perché ci fanno sentire ignoranti e vulnerabili.

Eppure, come dice la Torà, in modo così scioccante, semplice e profondo: “E Dio vide che Leà era odiata, così aprì il suo grembo; ma Rachele era sterile”. Spesso è proprio ciò che ci spaventa che ci permette di dare alla luce i nostri più profondi poteri dell’anima. Se ci circondiamo, solo di persone che ci danno l’apparenza del controllo sulle nostre vite, rimaniamo “sterili” come Rachele. Esponendo noi stessi all’ignoto possiamo dare vita all’infinito nascosto nella nostra anima. 

Per di più, il nostro percorso verso Rachele passa sempre attraverso Leà. Non si può mai amare la propria Rachele, se non abbiamo fatto pace con la propria Leà. 

Cosa C’entra Mashìakh? 

Quanto sopra detto è intimamente legato alle nostre aspettative o paure su uno dei principi cardini dell’ebraismo, l’avvento dell’era messianica. Anche chi prega e spera ogni giorno che Mashìakh arrivi il prima possibile può provare inconsciamente una sorta di “disagio”, circa gli stravolgimenti e i radicali cambiamenti che questo avvento potrebbe comportare nella sua vita. 

Come il simbolismo di Rachele insegna, noi siamo portati a sederci comodamente sulle nostre abitudini quotidiane, sulle nostre certezze, poiché esse ci danno una parvenza di poter controllare le nostre vite. All’opposto la nostra Leà, così anche Mashìakh, la nostra parte inconscia ci mette inquietudine e disagio su ciò che riteniamo di non riuscire a comprendere: l’ignoto dell’era messianica. 

Tuttavia, questi timori sono infondati, poiché in verità l’era messianica riporterà l’umanità alla perfezione come era nel suo stato originale, come Dio l’aveva creata fin dall’inizio. Proprio come il simbolismo di Leà, del racconto, solo con l’avvento dell’era messianica noi saremmo in grado di vedere e capire la parte più pura, l’essenza di noi stessi, la nostra anima infinita e il mondo come veramente è stato creato da Dio. 

Lea o Rachele? Considerazioni Finali

Il testo, per una sua migliore comprensione, richiede una precisazione circa gli aspetti simboleggiati da Leà e Rachele, in rapporto al matrimonio, nella nostra attuale epoca. Siccome, tengo molto a cuore la valorizzazione della famiglia e del matrimonio, considero questo argomento e in particolare questo articolo MOLTO importante. 

Molte persone potrebbero legittimamente domandare come e se l’esempio delle due mogli di Giacobbe può essere ancora attuale. In un mondo, dove la poligamia, non è quasi più praticata da molto tempo. 

In realtà le due spose di Giacobbe rappresentano i due aspetti o lati che si trovano in ogni donna/moglie. 

Come già scritto sopra, Rachele simboleggia il lato attraente (anche in senso fisico), comodo e scintillante della moglie. Non a caso che la numerologia del nome ebraico Rachele, 238, è la stessa delle parole ebraiche “Vayhì Or – אור ויהי” “e fu luce”. La parte più piacevole che noi riusciamo a vedere e capire, bene, almeno sembra. Per il marito la “moglie Rachele” riflette il suo IO o SÉ apparente. 

Contrariamente invece il “lato Leà”, della propria moglie, rappresenta l’elemento più difficile del matrimonio: problemi, stanchezza e doveri. Questo è l’aspetto dove si piange, dove si trova poco amore. Per l’appunto, il nome Leà deriva dalla parola ebraica “nilè” “esaurimento”, poiché essa ci stanca, ci confonde e ci travolge. Differentemente da Rachele (luce), noi non possiamo e non vogliamo vedere: “La Leà”, della nostra moglie e di noi stessi. Proprio come non si può vedere il proprio inconscio, poiché lo temiamo, ci infastidisce e ci disturba. 

Tra tutti i patriarchi, solo Giacobbe è il capostipite di Israele, infatti Israèl è il secondo nome di Giacobbe che dà il nome a tutto il popolo. Non a caso è lui che sposa e affronta entrambi gli aspetti della coniuge, poiché il suo matrimonio è il “prototipo esemplare”, per tutti i futuri matrimoni. Questo fatto, ci ha lasciato in eredità la forza di affrontare e superare le prove che possono derivare dalle due mogli.

In realtà Giacobbe vorrebbe sposare PRIMA Rachele, ovvero dare più rilevanza al lato esterno e rivelato, ma la mano di Dio lo porta a sposare prima Leà, perché è lei la parte più importante e difficile di una unione. 

Il “dramma” di Giacobbe può accadere in tutti i matrimoni: si pensa di sposarsi solo per il lato di Rachele, ma poi si scopre che c’è anche Leà e poi, forse, si arriva a capire che è quello più importante, anche se è quello meno piacevole e più arduo. 

Tuttavia, non bisogna arrivare alla conclusione per cui un aspetto simboleggia il “bene” e l’altro il “male”, poiché entrambi sono essenziali in un rapporto matrimoniale. SOLO LEÀ o SOLO RACHELE NON VA BENE, occorre avere equilibrio tra i due: con troppo del primo, il legame tra i coniugi rischia di rompersi; con troppo del secondo, marito e moglie rischiano di rimanere legati agli aspetti superficiali del loro rapporto. 

In Genesi è scritto che Dio disse ad Adamo che gli avrebbe creato “un aiuto contro di lui”. Per crescere, come singoli e come coppia, occorre affrontare la parte inconscia di noi, dove soggiornano “comodamente” e “indisturbati” i nostri limiti, paure e vizi che non sappiamo o desideriamo conoscere, perché non vogliamo affrontarli. Il ruolo fondamentale della donna Leà è proprio questo, porre il marito di fronte ai propri limiti, spronarlo dal suo egoismo, per migliorare sé stesso. 

Non a caso uno dei momenti più profondi del rito matrimoniale ebraico è quando il khatàn (sposo) copre il viso della moglie, prima di portarla sotto il baldacchino. Con questo gesto, l’uomo nasconde e copre il lato apparente e superficiale della sposa (Rachele), per collegarsi con la parte subconscia e nascosta della sua anima gemella (Leà). 

Questo atto afferma che lo sposo è consapevole dell’esistenza del lato nascosto di Leà che è l’essenza del matrimonio, dove avviene la vera unione tra la due anime, ed è la vera sfida di ogni matrimonio. Per questo si copre il “lato Rakhèl”, prima di celebrare l’unione sotto la Khuppà, per dare risalto al “lato Leà” della moglie. 

È come se il marito dichiarasse: 

IO TI AMO E TI RISPETTO, NON SOLO PER IL LATO RIVELATO A ME, MA SOPRATTUTTO PER CIÒ CHE È NASCOSTO IN TE E CHE IO DOVRÒ SCOPRIRE IN FUTURO.

 Un vero matrimonio non può avere condizioni; l’unione non può verificarsi solo se le cose vanno bene: per essere VERO deve essere un atto eterno. 

La superiorità di sposare Leà ha un’altra ragione molto importante: la vita di ogni individuo è un percorso di rettificazione dei propri impulsi che si manifestano dietro alle nostre tendenze istintuali/animalesche. Tuttavia, la loro esistenza è proprio allo scopo di correggerle attraverso l’opera chiamata in ebraico Tikkùn (rettificazione), lo scopo stesso dell’esistenza umana. Questa opera ha due grandi fasi: quella che facciamo da soli, senza un coniuge, e quella che in seguito facciamo in due. Da soli, infatti, non riusciamo a percepire bene le nostre mancanze in modo da rettificarle. Grazie al “lato di Leà” nella vita coniugale la sua parte nascosta, possiamo elevarci e migliorarci maggiormente. 

QUESTO È IL SIGNIFICATO PROFONDO DEL MATRIMONIO! 

p.s. 

se per caso finora il matrimonio non ha valorizzato la parte di Leà, non è mai troppo tardi. C’è sempre tempo di celebrare il VERO matrimonio: Auguri e Mazal Tov! 

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