Verità difficile da accettare

LA VERITÀ CHE È DIFFICILE DA ACCETTARE

L’Unicità dell’Odio Verso gli Ebrei

In memoria di Carlo Musso ben Anna il cui anniversario è Purim Shushàn
 
L’odio verso gli ebrei è stato universale, permanente e profondo. La morte per gli ebrei è stata desiderata e tramata dai tiranni di ogni epoca: il faraone, Sankherìv, Nabucodonosor, Antioco, i Cesari romani, i turchi, i cristiani, i musulmani, Hitler e Stalin, inoltre quasi ogni grande potenza che sia mai esistita e prosperata ha visto nell’ebreo una sorta di “bersaglio” per abusi di ogni tipo o addirittura un avversario da annientare. Gli ebrei sono stati espulsi da quasi tutti i paesi in cui hanno risieduto durante questa diaspora di quasi duemila anni: Inghilterra, Francia, Ungheria, Austria, Germania, Italia, Grecia, Lituania, Spagna, Portogallo, Boemia, Moravia, Russia, Polonia e i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa e, naturalmente, dalla loro antica patria, terra di Israèl. Si stima che ogni 22 anni gli ebrei siano stati esiliati da un paese a un altro.
 

L’Unicità dell’Odio Verso gli Ebrei

I babilonesi e i romani uccisero tre milioni di ebrei. I cristiani e i musulmani nelle loro crociate, inquisizioni, decreti di conversione e fervore religioso in generale, nell’arco di 15 secoli, massacrarono milioni di ebrei, spesso annientando intere comunità. Chmelnitzky (capo della rivolta cosacca all’interno della Confederazione polacco-lituana) e i suoi banditi decapitarono 300.000 ebrei polacchi nel 1648-49, mentre Hitler mise a morte un terzo del nostro popolo, tra cui un milione e mezzo di bambini. In quasi tutti i paesi, gli ebrei sono stati, in qualche momento della storia, sottoposti a percosse, torture e omicidi solo per essere ebrei.
E sebbene molti di noi pensassero che il male dell’antisemitismo fosse scomparso nel mondo post-Auschwitz, negli ultimi anni ci siamo svegliati bruscamente, mentre esso mostrava ancora una volta la sua brutta faccia, in particolare tra le nazioni arabe e in Europa.
Poi è arrivato il 7 ottobre 2023, quando 1200 ebrei furono brutalmente assassinati, bambini ebrei bruciati vivi, donne ebree furono legate, violentate e decapitate durante questo orribile crimine, e così tante persone qui in Europa e nel mondo dopo aver assistito impassibili, se non addirittura celebrato, questi orrori indicibili, ora incolpano Israele per aver cercato di evitare un secondo Olocausto, che Hamas desidererebbe ardentemente commettere.
Perché tanto odio e paura per un popolo che non ha mai costituito più di una piccola minoranza dell’umanità? Perché quasi ogni grande cultura e civiltà ci ha visti come il loro nemico supremo e perché siamo considerati un popolo così malvagio da minacciare il benessere di praticamente ogni civiltà negli ultimi 4.000 anni? Perché uomini e donne accademici sofisticati e istruiti sono pieni di odio irrazionale verso Israele, solo aver cercato di difendere i suoi cittadini dall’omicidio, ignorando al contempo gli orrori perpetrati in massa dai suoi vicini arabi?
La maggior parte degli studiosi e degli storici, compresi molti ebrei, scelgono di considerare questa ossessione continua non come qualcosa di unicamente connesso agli ebrei o all’ebraismo, ma piuttosto come una moltitudine di eventi isolati che sono “scoppiati” improvvisamente come risultato di circostanze distinte.
Ad esempio, perché milioni di musulmani odiano gli ebrei oggi? Perché il leader di Hamas parlerebbe della necessità di assassinare ogni ebreo? La spiegazione comune è che noi siamo coloro che occupano la loro terra e pertanto loro desiderano ardentemente la liberazione. Ma se Israele concedesse agli arabi indipendenza e speranza, il veleno si dissiperebbe, come per magia.
Tuttavia, questa visione falsa e consolatoria non spiega perché ci hanno uccisi prima “dell’occupazione” del 1967? Perché sei paesi arabi hanno cercato di distruggere Israele in un periodo in cui non c’erano insediamenti o coloni?
Ma perché gli arabi hanno iniziato questa guerra contro Israele nel 1948 e hanno così creato, attraverso il loro stesso errore, il problema dei rifugiati? Perché non hanno accettato la spartizione della Palestina da parte delle Nazioni Unite e accettato la realtà dell’esistenza ebraica nell’antica patria degli ebrei? E perché decine di ebrei sono stati assassinati durante gli anni ‘20 e ‘30 molto prima la creazione dello stato di Israele? Per questo, dobbiamo cercare un’altra spiegazione e ci saranno sempre delle giustificazione in continuazione all’infinito dell’odio ebraico ma saranno solo delle scuse.
Una di queste è che si è sempre cercato di rimuovere il movente antisemita nelle ricorrenti aggressioni al popolo ebraico: ad esempio, i tedeschi, ci è sempre stato detto, odiavano gli ebrei perché erano capri espiatori per l’umiliante sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale e per un’economia depressa, e così tanti cristiani volevano che gli ebrei fossero morti perché sostenevano che avevamo ucciso il loro dio. (Non capirò mai questa falsa accusa come può un uomo uccidere Dio! Al massimo Dio può uccidere un altro dio, il famoso Deicidio, ma allora che colpa hanno gli ebrei se solo Dio può fare una cosa del genere. Conclusione: le menzogne non hanno limiti). Stalin, invece, assassinò gli ebrei perché credeva che fossero capitalisti, mentre gli europei del Medioevo erano disgustati dagli ebrei a causa del loro successo economico, e così via.
Tuttavia, questo approccio non è convincente. Negare che ci sia una causa unica e pervasiva per l’antisemitismo e rifiutare che una ragione di fondo abbia scatenato l’odio di miliardi di non ebrei per quattro millenni contraddice sia il buon senso che la storia. L’antisemitismo esiste da troppo tempo e in troppe culture disparate per sostenere intellettualmente l’affermazione che ogni cultura odiava gli ebrei a causa di un fattore distinto scollegato dal loro essere ebrei. Credere che l’odio per gli ebrei sia solo un’altra forma di bigottismo razziale o religioso, follia, odio etnico, mancanza di tolleranza, xenofobia, risentimento per l’abbondanza e il successo professionale significa chiudere un occhio sulla causa principale di questo odio universale. Naturalmente, vari fattori possono intensificare l’antisemitismo e causarne l’eruzione in un dato momento, ma questi fattori non spiegano l’origine e la genesi di questo odio. In “Perché gli ebrei?” Gli autori Dennis Prager e Joseph Telushkin lo hanno spiegato bene: le depressioni economiche non sono la causa delle camere a gas (vedi Why The Jews?, Prager e Telushkin, Simon e Schuster, 1983).

Il Tentativo di Hamàn

La famosa storia di Purìm, riportata nel libro biblico di Ester e letta durante l’imminente festa di Purìm, racconta un altro tentativo fatto circa 2.400 anni fa per sterminare il popolo ebraico, questa volta da un ministro persiano di nome Hamàn.
Hamàn si avvicinò all’allora re di Persia, Akhashveròsh, e gli offrì una somma enorme in cambio del permesso di organizzare una “soluzione finale”. Desiderava che ogni membro della nazione ebraica, uomini, donne e bambini, venisse messo a morte. Il re rispose (Meghillà di Ester 3, 11): «Il denaro è dato a te (Hamàn), e la nazione (di Israele) è tua, per farne ciò che ritieni opportuno».
Questa interazione sembra abbastanza comprensibile. Akhashveròsh, non meno miserabile e antisemita di Hamàn, abbraccia felicemente l’idea di un mondo privo di ebrei. Tuttavia il Talmud ritiene necessario illustrare la situazione impiegando una parabola.

Un Tumulo e un Fosso

Ecco la parabola del Talmud (Meghillà 14a):
“Akhashveròsh e Hamàn sono paragonati a due persone, una delle quali aveva un cumulo di terra come una “gobba” nel suo campo, mentre un’altra aveva un fosso nel suo campo. Il proprietario del fosso disse a se stesso: ‘Come vorrei che il proprietario del cumulo mi desse il suo cumulo in cambio di denaro, così da poter riempire il mio fosso’. E il proprietario del cumulo disse a se stesso: ‘Come vorrei che il proprietario del fosso mi vendesse l’uso del suo fosso, così da poter rimuovere il cumulo di terra dal mio campo e scaricarlo nel suo fosso’”. “Dopo un po’ di tempo”, continua a raccontare il Talmud, “questi due uomini si incontrarono. Il proprietario del fossato disse al proprietario del tumulo: ‘Vendimi il tuo tumulo!’ Il proprietario del tumulo rispose: ‘Per favore, prendilo gratis.’”
L’illustrazione talmudica è chiara. Akhashveròsh è paragonato al proprietario del cumulo, il tumulo è una metafora per il popolo ebraico che viveva sotto il suo dominio. Cerca disperatamente di liberarsene. Hamàn è visto come il proprietario del fosso, che tenta con entusiasmo di ottenere il tumulo. Quando Hamàn si offre di acquistare il “cumulo” in cambio di denaro, Akhashveròsh glielo dà volentieri senza alcun pagamento, acconsentendo con entusiasmo all’annientamento degli ebrei.
Ma ecco la domanda: le parabole citate nella letteratura talmudica non sono mai intese come intrattenimento, ma piuttosto come strumenti per chiarire e cristallizzare un concetto astratto o complesso. Ma cosa c’è di così difficile da capire in una storia di due persone che disprezzano gli ebrei con la stessa intensità e collaborano con entusiasmo per distruggerli? Perché abbiamo bisogno di una parabola su un cumulo e un fosso per chiarire la situazione tra Hamàn e Akhashveròsh? (Vedi Maharàsh, Benyahu nel Talmud Meghilà).
Non è che questo sia il primo o l’ultimo caso in cui un re desidera ardentemente uccidere gli ebrei. Purtroppo, questo è accaduto ripetutamente, dal faraone ad Akhashveròsh e anche molte altre volte. Perché il Talmud lo ha trovato così strano da richiedere una parabola? E anche se è difficile capire cosa accadde tra Hamàn e Akhashveròsh, come si spiega tutto ciò attraverso questa parabola apparentemente semplice e superficiale del tumulo e del fossato?
Inoltre, la parabola non si adatta alla storia che cerca di illustrare. Nella parabola, il proprietario del cumulo cerca di disfarsi della sua “gobba di terra”, mentre il proprietario del fosso desidera ardentemente ottenere il cumulo e riempirlo con esso. Nella storia vera e propria, tuttavia, sia il proprietario del “cumulo”, Akhashveròsh, sia il proprietario del “fosso”, Hamàn, desiderano disfarsi del “cumulo” (il popolo ebraico) e liberarsene completamente. Non si può riempire un fosso con un cumulo che si desidera annientare!
Naturalmente, si potrebbe rispondere che la parabola è imperfetta e che è qui solo per illustrare il punto che il proprietario del tumulo è disposto a disfarsi del suo tumulo senza ricevere un pagamento. Eppure chiunque abbia familiarità con la letteratura talmudica è consapevole della sua straordinaria profondità e meticolosità. È quindi chiaro che il paragone tra Hamàn e un proprietario di un fosso che cerca di riempirlo è preciso e significativo. Eppure nella storia vera e propria, il ruolo di Hamàn è invertito, lui infatti cerca di disfarsi del tumulo ma non cerca di farlo rimanere nel suo territorio.

I Due Aspetti dell’Antisemitismo

Ciò che il Talmud sta tentando di trasmettere attraverso questa parabola è una risposta alla domanda del perché: per quale motivo, quasi sempre e quasi ovunque, gli ebrei sono stati odiati? Perché Hamàn desiderava ardentemente uccidere ogni singolo ebreo, compresi i neonati? Perché il re Akhashveròsh sarebbe stato così ansioso di purificare il suo paese da tutti gli ebrei? Cosa hanno fatto gli ebrei per attirare un’ostilità così profonda e universale?
Dagli zar russi ai papi cristiani, dai governanti musulmani al Terzo Reich, da Voltaire a Wagner, a Martin Lutero, a Yasser Arafat, il grande e forse unico denominatore comune tra tutti i suddetti personaggi è questo: l’ebreo evocava in loro il più profondo disgusto e odio.
È questa domanda, forse una delle grandi domande della storia, che il Talmud cerca di affrontare in questo breve brano. L’antisemitismo, ci dice il Talmud, vede gli ebrei come un “cumulo”, ossia vede l’ebreo come uno straniero nella storia del mondo, un viscido straniero, un “tumulo” che ostacola il libero movimento e il divertimento nel suo frutteto. L’ebreo in qualche modo lo “irrita” e non sa nemmeno perché. Questo odiatore di ebrei si sente a disagio con la presenza dell’ebreo. L’ebreo è un tumulo che non appartiene a questo mondo. L’ebreo può tentare di fare tutto il possibile per placare il fastidio che l’antisemita prova nei suoi confronti; può provare a fare di tutto per eclissare la sua ebraicità, ma di solito tali tentativi non servono a nulla: finché l’ebreo è vivo, rimarrà agli occhi di molti non ebrei un “tumulo” irritabile e ingombrante. E questo tipo di antisemitismo è rappresentato da Akhashveròsh.
E forse è possibile aggiungere un’altra ragione, che il “cumulo” rappresenta anche il significato e la dignità che l’ebraismo conferisce a tutti i popoli; ed è per questo che ogni dittatore che voleva soggiogare il suo popolo non poteva sopportare il discepolo giudaico, che conferiva così enormi diritti a tutti i popoli.
Ma perché? Perché non possono semplicemente vederci come un altro gruppo etnico che fa le sue cose? Questo rozzo bigottismo, dice il Talmud, nasce da uno spazio più profondo e sottile nella coscienza dell’antisemita. L’esistenza ebraica ha aperto un “fosso”, un vuoto, nel cuore della razza umana e ogni non ebreo, in un modo o nell’altro, è consapevole di questo vuoto che lo porta a guardare l’ebreo con ammirazione e affetto, o con odio e repulsione, o con un misto dei due.

Confrontarsi con l’Eternità

“Qual è il significato”, chiede il Talmud, “del termine Monte Sinày? In ebraico, significa “odio”, poiché il Sinày è la montagna che ha dato origine all’odio per gli ebrei” (Talmud Shabbàt 89a). La seguente spiegazione sull’antisemitismo è stata articolata da Maimonide nel capitolo 1 dell’Ighèret Temàn.
Circa 3.400 anni fa, ai piedi di una “montagna solitaria”, il popolo ebraico ricevette un Dono che trasformò il suo destino e vita per l’eternità. Quel momento infuse a ogni ebreo, che fosse religioso, laico o assimilato, e alla sua vita ebraica in generale una ricchezza e una nobiltà speciale. Il Dono della Torà inculcò nella vita ebraica un’enorme responsabilità morale e spirituale, ma contemporaneamente garantì alla mente ebraica, alla famiglia ebraica e alla comunità ebraica, ricca e povera, un “assaggio del paradiso”. La vita quotidiana dell’ebreo divenne permeata da una profondità di significato e da un senso di scopo, nati da un apprezzamento del Divino presente nella vita, nell’amore, nella famiglia, nel dolore, nei valori e nel denaro. Quando il non ebreo incontra l’ebreo, è consciamente o inconsciamente colpito da una grandezza di spirito, una profondità di vita, una risonanza di eternità, un’eco del Divino, che non è facilmente descrivibile, ma molto palpabile. C’è qualcosa nell’ebreo e nell’ebraismo che è più grande della vita e questo il non ebreo lo sente, a volte più acutamente dell’ebreo stesso.
In definitiva la presenza ebraica, ha aperto un buco, un “fossato”, un vuoto mentale ed emotivo nel cuore dell’umanità, desiderosa della pienezza e della ricchezza della vita che la Torà ha dato all’ebreo, sfidando così il mondo in conseguenza alla chiamata da parte dell’infinito Dio morale e vivente. Il popolo ebraico ha aperto una profonda ferita nella civiltà, permettendole di sperimentare la propria insensatezza. Al Sinày, gli ebrei hanno ridefinito la loro vita con l’idea che esiste un unico Dio, che fa richieste morali a tutta l’umanità. Così, al Sinày, la nazione ebraica divenne il bersaglio dell’odio di coloro che non avrebbero mai potuto perdonare l’ebreo per aver creato il “vuoto” che cresce da un senso di colpa interiore quando si vive una vita vuota, una vita immorale quando si fa del male al prossimo o si adora se stessi. Concetti come i diritti umani di base, l’idea che i malati e gli anziani debbano essere assistiti – non uccisi o lasciati morire – e l’idea che la società assista i poveri e gli svantaggiati non sono concetti facilmente abbracciabili dal “barbaro”. Per il baffuto ogni disagiato che non produceva alla società era un peso da eliminare, ma dal punto di vista della Torà ogni persona al mondo è una creatura dell’Eterno ed esiste per una ragione indipendentemente da quanto produce.
Il concetto che siamo tutti responsabili nei confronti di un Dio morale, che esiste il bene e il male, che ci sono dei limiti al potere e che ognuno di noi ha un dovere di rettitudine, questo è tossico per l’animale umano che ama la giungla morale, come l’antisemita. Così la risposta non ebraica a questo “fosso”, al vuoto e al senso di colpa esposto dalla presenza ebraica è arrivata e arriva tuttora nelle due forme diverse sopra elencate.

Due Risposte alla Colpa Morale

Molti non ebrei di varie religioni e culture risposero elevando il loro stile di vita a un livello più alto. Vedevano l’ebreo e la sua ebraicità come un modello che potevano, a modo loro, emulare. Alleviarono i sentimenti di vuoto e colpa morale creando un sistema di vita e di valori basato sulla weltanschauung (la concezione della vita) della Torà. La nazione americana ne è un grande esempio. Fondata sull’etica giudaica del rispetto della libertà e dell’individualità di ogni essere umano che è formato a immagine di Dio, la maggior parte dei Padri Fondatori e molti dei suoi cittadini erano e sono autentici filosemiti, che amano e celebrano l’ebreo e la sua ebraicità. Ecco due esempi di NON ebrei personaggi luminari, che hanno preferito guardare il bene e imparare dall’ebreo piuttosto che vederlo come un “cumulo” o un “fosso”.
John Adams (Padre fondatore degli Stati Uniti e presidente) scrisse: “Insisterò sul fatto che gli ebrei hanno fatto di più per civilizzare l’uomo di qualsiasi altra nazione”. Scrisse come cristiano, ma aggiunse che anche se fosse stato ateo e avesse creduto nel caso, “crederei che il caso abbia ordinato agli ebrei di preservare e propagare a tutta l’umanità la dottrina di un sovrano supremo, intelligente, saggio e onnipotente dell’universo, che credo sia il grande principio essenziale di ogni moralità e, di conseguenza, di ogni civiltà” (Why The Jews? p. 30).
Lev Tolstoj scrisse: “L’ebreo è quell’essere sacro che ha portato giù dal cielo il fuoco eterno e ha illuminato con esso il mondo intero. L’ebreo è la fonte religiosa, la sorgente e la fontana da cui tutti gli altri popoli hanno tratto le loro credenze e le loro religioni” (citato ibid.).

Questo percorso, tuttavia, richiede una disciplina e un sacrificio straordinari. Vivere con il Dio della Torà è un fardello tremendo. Richiede che si sfidi il proprio ego, la propria pigrizia e il proprio egoismo su base giornaliera; richiede di rinunciare a molti istinti, desideri, lussurie e disposizioni naturali. È gratificante e appagante, ma non facile. Purtroppo, la maggior parte delle culture e civiltà non ebraiche in passato hanno optato per un metodo più facile e istintivo per “riempire” il proprio “fosso” mentale e psicologico: liberate il mondo dall’ebreo, dicevano, e il vuoto sarà sparito. Molte persone semplicemente non riescono a sopportare il peso di essere buone. Tuttavia, quando agiscono male, non riescono a sopportare i conseguenti sentimenti di colpa. Per quanto ci provino, non potranno mai liberarsi dagli standard di moralità assoluta dettati dalla Torà.
Intrappolati in questa situazione tipo “Catch-22”, il celebre romanzo del 1961 di Joseph Heller, le persone si rivoltano, con le loro crescenti frustrazioni, contro gli ebrei, che percepiscono come personificazioni della coscienza collettiva dell’umanità. In fondo, sanno che l’ebraismo ha ragione, ma è troppo difficile da accettare.
Questa è l’”anima, l’essenza” dietro ogni antisemitismo che in realtà cela una forma di risentimento e ostilità rivolta verso la causa di un profondo vuoto nella vita. Adolf Hitler una volta osservò che la sua missione nella vita era quella di “distruggere il tirannico Dio degli ebrei” e i suoi “Dieci Comandamenti che negano la vita” (citato ibid). Herman Rauchning era stato il confidente personale di Hitler, ma abbandonò il nazismo e tentò di allertare il mondo libero sulla portata e il pericolo della minaccia nazista, scrisse: “È contro il loro stesso insolubile problema di essere umani che gli ottusi e i vili dell’umanità si ribellano all’antisemitismo. Tuttavia, l’ebraismo, insieme all’ellenismo e al cristianesimo, è una componente inalienabile della nostra civiltà occidentale cristiana, l’eterna “chiamata al Sinày”, contro cui l’umanità si ribella ancora e ancora” (La Bestia degli Abissi, di Hermann Rauchning).
Ciò significa che l’antisemitismo non è solo un “problema ebraico”, è un disastro anche per ogni non ebreo morale e perbene. Osservate come una nazione, una religione o un movimento politico tratta gli ebrei e avrete un quadro precoce e accurato delle intenzioni di quel gruppo verso gli altri. Gli antisemiti desiderano distruggere la percepita incarnazione di quella chiamata di bene superiore rappresentata dal popolo ebraico. Ma essi, gli antisemiti alla fine non si limiteranno a odiare solo gli ebrei, ma giungeranno ad odiare anche qualsiasi cosa e chiunque rappresenti un valore superiore, una sfida morale. Gli antisemiti iniziano con gli ebrei, ma non finiscono mai con i soli ebrei.

La Rabbia di Hamàn

Non tutti gli antisemiti erano consapevoli “dell’anima” del loro odio. Alcuni, come Akhashveròsh, erano consapevoli solo della componente esteriore del loro odio per gli ebrei, vedendo l’ebreo come solo come un “tumulo” che disturba e ostacola. Non erano consapevoli dei motivi sottostanti dietro il loro odio.
Hamàn, d’altro canto, era consapevole di questa verità. Capì che disprezzava gli ebrei perché generavano un “fosso” nelle profondità del suo cuore. Ecco perché quando l’intera élite persiana si inchinava ad Hamàn ogni giorno, escluso un rabbino ebreo, Mordekhai, la Torà ci dice (Ester 3, 5) che Hamàn «era pieno di ira».
Perché? Immagina migliaia di persone che si prostrano davanti a te ogni giorno, eccetto un vecchio ultra-religioso con la barba bianca. Gran cosa! Perché Hamàn era così turbato dalla vista di un ebreo ostinato che non cadeva in ginocchio per adorarlo? Perché Hamàn, in un posto molto profondo, sapeva che Mordekhai aveva ragione. Il comportamento di Mordekhai risuonò nel cuore di Hamàn. Espose la verità che Hamàn non era un semidio. Si avvicinò quindi ad Akhashveròsh e disse: Ho un fosso un “vuoto” nel cuore, che non posso più sopportare. Devo liberare il mondo dalla sua presenza, ossia da quella ebraica. Akhashveròsh, una persona molto meno intelligente e complessa, rispose: Ottimo! Gli ebrei, per un motivo o per un altro, mi hanno sempre irritato indipendentemente da tutto. Sarei più che felice se potessi rimuovere questo tumulo maledetto dalla mia presenza.
In definitiva Akhashveròsh e Hamàn sono la rappresentazione di questi due tipi di antisemitismo, come detto sopra, uno più esteriore e superficiale il “cumulo”, Akhashveròsh, e l’altro più profondo radicato, il “fosso”, Hamàn, dove l’antisemitismo è un riflesso di un vuoto valoriale interiore che trova il suo “capo espiatorio” nel popolo ebraico.

Conclusioni

La storia ha dimostrato che compiacere e cercare di piegarsi all’indietro verso coloro che ci odiano o nascondere la nostra identità ebraica, non sostituirà il loro odio con l’amore. Perché? Perché l’ostilità deriva da un luogo troppo profondo perché possa essere trasformata attraverso il denaro o la pacificazione. Potrebbe essere difficile per noi accettarlo, ma il vero odiatore degli ebrei è guidato da forze profondamente potenti; per lui l’ebreo disturba il nucleo della sua esistenza. Possiamo piegarci all’indietro, ma non cambierà nulla. Possiamo accorciare il naso, possiamo assimilarci, possiamo scendere a compromessi, eppure finché saremo vivi, gli antisemiti rimarranno irrequieti. Non c’è nulla che possiamo fare o non fare per cambiare l’antisemitismo. È l’antisemita che deve cambiare se stesso.
Il metodo corretto per affrontare l’odio per gli ebrei in tutte le sue manifestazioni non è quello di tentare di eclissare o negare la propria ebraicità e il ruolo unico del popolo ebraico nella storia. Il gentile antisemita, istintivamente e accuratamente, sente l’”alterità” dell’ebreo; questo non ebreo percepisce in modo innato la santità radicata nell’anima ebraica. Quando l’ebreo nega questa santità, quando l’ebreo, imbarazzato dal suo ebraismo, dice al mondo: “Sono proprio come te”, il non ebreo percepisce una bugia, una cospirazione segreta. Il mondo detesterà ancora di più gli ebrei che detestano se stessi o che si nascondono dietro un dito.
Cosa possiamo fare contro l’antisemitismo? Possiamo e dobbiamo stare in guardia contro di esso. Dobbiamo proteggerci in ogni modo possibile. Dobbiamo combattere l’odio con incrollabile determinazione, risolutezza, dignità e determinazione. Non dobbiamo mai scansare o mostrare debolezza, che non fa che inebriare i nostri odiatori, facendogli credere che potrebbero prevalere. Non dobbiamo mai vergognarci di chi siamo e di ciò che rappresentiamo, poiché non è la nostra malvagità a scatenare l’animosità; sono la nostra bontà e santità a far impazzire i nostri odiatori. Israele deve dichiarare la verità che l’intera terra è un eterno Dono divino al genere umano, e che Israele è stato dato al popolo ebraico, come afferma la Torà tante volte, e che ogni tentativo di ferire un ebreo sarà affrontato nel modo più potente.
La cosa più importante è che la nostra speranza primaria ed eterna rimane nella nostra relazione con Dio, l’unico padrone dell’universo. Finché siamo connessi al nucleo di tutta la realtà, la nostra esistenza è garantita. Cercare di eliminare l’antisemitismo placandolo non produrrà risultati. L’odio è semplicemente troppo profondo. E noi siamo, come dice il Midràsh, “un agnello circondato da settanta lupi”. L’agnello, ossia il popolo ebraico, deve cercare di essere forte, deciso, potente e senza scuse, ma deve sapere che abbiamo sempre bisogno della protezione del nostro Creatore per affrontare queste sfide. Il tempo della sopravvivenza di un agnello circondato da 70 lupi e pari a pochi secondi, per cui l’unica ragione spiegazione logica di questa sopravvivenza è, che il pastore è l’Eterno.
Ecco perché, quando Mordekhai e la regina Ester vennero a conoscenza del decreto di Hamàn, la prima cosa che fecero fu impegnarsi nel digiuno, nella preghiera, nel pentimento e nelle buone azioni. Solo dopo tre giorni di digiuno e introspezione Ester usò la sua posizione di “bella moglie del re” e tentò di influenzarlo, nel bel mezzo di una festa di bevute, per cancellare il decreto contro gli ebrei. Ora, se Ester voleva impressionare suo marito, avrebbe dovuto andare in un salone di bellezza che è il contrario di digiunare per tre giorni!
Per rispondere a questa domanda, il Talmud offre la parabola del “tumulo” e del “fosso”. Mordekhai ed Estèr sapevano entrambi che questo odio non derivava da qualche malinteso o malattia sociale. Avevano ben capito che avevamo a che fare con un tumulo e un fosso! Nessun piegarsi all’indietro avrebbe aiutato a risolvere la crisi. Ciò di cui Mordekhai ed Estèr avevano più bisogno e anche noi oggi, è il Creatore del mondo, che garantisce che finché rimaniamo connessi alla Sua verità, vivremo e prospereremo. Estèr sapeva, come ogni ebreo sa nel profondo del suo cuore, che la salvezza non verrà da un uomo che vede gli ebrei come un eterno “tumulo”. La salvezza verrà da Dio. Pertanto, il primo e principale obiettivo è rafforzare la sua relazione con Dio. Solo in seguito siamo chiamati a seguire il corso della natura e tentare di influenzare i leader mondiali per aiutare a garantire la sopravvivenza del popolo ebraico. Perché Dio vuole che lavoriamo attraverso i canali della natura (in modo che anche la natura stessa si elevi).
Una volta che abbiamo consolidato il nostro rapporto con Dio, attraverso la Torà e le sue mitzvòt, possiamo sperare che Dio manipoli i cuori di coloro che odiano gli ebrei per aiutarli anziché distruggerli.
Quando il non ebreo antisemita incontra un ebreo che è orgoglioso della sua diversità, che apprezza e abbraccia la sua ebraicità e il suo ruolo unico nella storia, il più delle volte il non ebreo è sopraffatto da un senso di ammirazione e rispetto, perché può iniziare ad apprezzare l’ebreo e suoi valori, anche a imparare da lui e da nemico diventare amico fino ad amarlo.
Questo saggio si basa su un discorso, una “sikhà”, tenuto dal Rebbe di Lubàvitch in occasione del Purìm 5725-1965, tratto da uno scritto di Y. Y. Jacobson

Menzionati in questo articolo

Libro di Ester
⭐⭐⭐⭐⭐
€18,00 – €23,00

Il Significato Profondo della Vita
⭐⭐⭐⭐⭐
€17,00 – €26,00

Esodo
⭐⭐⭐⭐⭐
€60,00

Carrello