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Il Midrash Racconta

Parashà di Vayikrà

L'offerta di Minkhà

Hashèm dice: «Colui che non può offrire un animale o un uccello, perché i suoi mezzi non glielo permettono, può portare al loro posto un’offerta di farina». L’offerta farinacea è chiamata minkhà.
Agli occhi di Hashèm, il dono della farina da parte del povero ha lo stesso valore dell’offerta della propria vita. L’Onnipotente afferma: «È possibile che questa porzione di farina sia il solo alimento che gli rimane. Avrebbe potuto utilizzarla per la sussistenza della sua famiglia, tuttavia egli Me la offre, lasciando la sua casa priva di sostentamento. Per questo motivo la sua offerta Mi è preziosa come se avesse sacrificato la sua vita!».

Un giorno, una donna povera si recò al Bet Hamikdàsh portando un recipiente colmo di farina con la quale desiderava fare una offerta di minkhà. Il cohèn, però, la derise: «Ma guarda cosa porta, certa gente, al Bet Hamikdàsh! Qui non c’è niente da bere o da mangiare!».
Durante la notte, il cohèn fu rimproverato in sogno. Gli venne detto: «In Cielo, la sua offerta è stata considerata come il dono della propria vita».

Ogni offerta volontaria di minkhà era formata dagli stessi ingredienti, farina e olio, ai quali si aggiungeva un po’ di olibano. La Torà prescrive cinque combinazioni di questi stessi ingredienti per preparare un’offerta di minkhà. Ognuna di esse è considerata come un distinto tipo di offerta, ciascuna con un suo nome. Ecco i cinque tipi di menakhòt:

- minkhà di farina non cotta: chi portava l’offerta, versava dell’olio in un recipiente riservato a questo scopo, aggiungeva della farina di frumento setacciata finemente, vi versava sopra dell’olio, mescolava l’impasto e poi aggiungeva altro olio; infine spruzzava dell’olibano. Il cohèn prendeva un kòmetz (un pugno) dell’impasto crudo e lo salava. Raccoglieva l’olibano e, sull’altare, bruciava il kòmetz di impasto insieme all’olibano stesso. Il resto dell’offerta veniva consumata dai cohanìm.
Questa minkhà era diversa da tutte le altre perché il cohèn prelevava il kòmetz (il pugno di impasto destinato a essere bruciato) dall’impasto crudo, mentre per gli altri quattro tipi di minkhà prelevava dopo che l’offerta era stata cotta.

- minkhà cotta in un tegame dal bordo alto: l’offerta era preparata nello stesso modo della precedente, poi veniva mescolata con acqua tiepida. In seguito, si formavano dei pani spessi che venivano fritti nell’olio in un tegame profondo. L’impasto di questo tipo di minkhà era soffice. Quando i pani erano cotti, venivano spezzettati in parti, ciascuna della misura di un kazàyit (28 grammi), sulle quali veniva versato l’olio rimasto. Il cohèn vi aggiungeva l’olibano, prendeva un pugno di minkhà fritta, la salava e la bruciava sull’altare. Il resto veniva dato ai cohanìm.

- minkhà cotta in una padella: nella sua preparazione, questa minkhà non differiva dalla precedente, ma l’impasto veniva fritto in una padella poco profonda e i pani risultavano più croccanti.

- minkhà di khallòt: anche questa minkhà era preparata in modo identico alle altre, ma non veniva versato olio sull’impasto dopo la cottura. Le spesse porzioni di impasto, chiamate khallòt, erano cotte nel forno anziché in una padella (tutte le offerte di minkhà dovevano provenire da un impasto non lievitato; queste khallòt non dovevano fermentare, quindi si trattava di spessi pani di matzà).

- minkhà sotto forma di cialde: anche in questo caso la cottura era al forno e non in padella. Diversamente dalle khallòt, venivano preparate delle cialde croccanti, sulle quali l’olio veniva versato seguendo due linee incrociate che formavano il disegno di una X.
Perché la Torà ha indicato cinque diversi metodi di preparazione dell’offerta di minkhà, partendo dagli stessi ingredienti?

Il re aveva un amico che aveva perso tutti i suoi beni. Un giorno, questi decise di offrire un banchetto in onore del re che, ricevuto l’invito, si preoccupò per la situazione finanziaria dell’amico, sapendo bene che non aveva i mezzi per servire un pranzo ricercato. Gli inviò, allora, un messaggio: «Non preparare un banchetto con molte portate elaborate. Piuttosto, ti suggerisco di utilizzare i semplici ingredienti che hai già in casa, cucinandoli fritti o al forno, seguendo ricette diverse. Questa varietà mi sarà gradita più di una serie di portate esotiche e raffinate».

La Torà dà istruzioni al povero per preparare la sua offerta di minkhà seguendo una delle differenti ricette, con lo scopo di dimostrare che Hashèm attribuisce molto valore alle offerte dei poveri e che Egli è felice di vederle cucinate in tanti modi diversi.

 

Parashà di Sheminì

Moshè commette un errore, in conseguenza della collera

Moshè disse ad Aharòn e ai suoi due figli rimasti vivi: «Benché siate in lutto, dovete mangiare l’offerta di minkhà dell’ottavo giorno, così pure il sacrificio offerto dal primo capo tribù, Nakhshòn, in onore della consacrazione dell’altare. Dei sacrifici comunitari, dovete prelevare il petto e la coscia, parti che i cohanìm sono obbligati a consumare».
Più tardi, Moshé chiese se Aharòn e i suoi figli avessero mangiato la loro porzione del sacrificio di Rosh Khòdesh, il sacrificio per la luna nuova che, in quel momento, veniva offerto in occasione di Rosh Khòdesh nissàn. Quando seppe che essi avevano bruciato l’offerta nella sua interezza, senza prelevarne una parte, si lasciò andare alla collera. Per non rimproverare Aharòn direttamente, si rivolse ai suoi figli, chiedendo loro delle spiegazioni.
«Perché non avete mangiato la vostra parte del sacrificio di Rosh Kòdesh?!» disse Moshè. «Avreste dovuto prelevare una porzione, come avete fatto per il sacrificio di minkhà!».
Cercando di comprendere i motivi del loro comportamento, Moshè chiese ad Aharòn: «Avete bruciato il korbàn nella sua interezza perché era divenuto invalido, in modo che vi era vietato mangiarne? Il suo sangue era stato portato per errore all’interno dell’Ohèl Moèd?».
«No» rispose Aharòn.
«Forse il korbàn è diventato improprio al consumo perché è stato portato fuori dal cortile del Mishkhàn, l’unico luogo idoneo?».
«No» rispose Aharòn.
«Non l’hai mangiato perché i tuoi figli l’avevano sacrificato al tuo posto, pur essendo loro proibito in quanto onèn?» chiese Moshè.
«Non l’hanno offerto i miei figli, ma io solo» rispose Aharòn.
I figli di Aharòn, El’azàr e Itamàr, ascoltarono in silenzio il dialogo fra Moshè e Aharòn, senza permettersi di interrompere. Essi avrebbero potuto giustificare la loro condotta - El’azàr era un eloquente oratore - ma consideravano una mancanza di rispetto parlare in presenza del padre o contraddire Moshè, il loro maestro. Per il loro silenzio, ricevettero un’ulteriore ricompensa.
Aharòn spiegò a Moshè: «È vero che l’Onnipotente ha ordinato ai cohanìm di prelevare la loro parte dalle offerte sacrificate per l’inaugurazione dell’altare, nonostante il loro lutto, ma queste offerte hanno un carattere particolare, poiché vengono portate in onore della cerimonia di inaugurazione. Un onèn, senza dubbio, non sarebbe autorizzato a mangiare il sacrificio di Rosh Khòdesh, che è un’offerta permanente per tutte le generazioni».
Moshè riconobbe subito la giustezza delle argomentazioni di Aharòn e confessò: «Questa è la halakhà che ho appreso dall’Onnipotente, ma l’avevo dimenticata».
Egli, quindi, ordinò che si desse un annuncio pubblico del suo errore e del fatto che Aharòn lo avesse corretto.
Perché Moshè si è sbagliato? L’errore fu il frutto della collera, la cui punizione è l’oblio.

I nostri saggi insegnano un principio generale: un uomo sapiente in Torà, che si lascia andare all’ira o all’arroganza, perde la sua saggezza, e un profeta la sua profezia. Il saggio Hillèl, un giorno, ne diede l’esempio.
Quando Hillèl arrivò in Eretz Israèl, il Sanhedrìn era guidato dai Bené Bathyra. Quell’anno, il quattordici di nissàn (giorno in cui si sacrifica l’agnello pasquale) coincideva con lo Shabbàt. I Bené Bathyra non erano sicuri se l’offerta dovesse essere rimandata o presentata ugualmente. Essi emisero un proclama per invitare colui che conosceva la risposta a recarsi in loro presenza: «Il korbàn Péssakh ha la precedenza sulle leggi dello Shabbàt?».
«Un uomo di nome Hillèl è arrivato da Bavèl» venne detto loro «ed è un discepolo di Shmayà e Avtalyòn. Forse conosce la risposta».
Hillèl fu fatto chiamare per sottoporgli la domanda.
«Il korbàn Péssakh non è l’unico sacrificio a prevalere sulle leggi dello Shabbàt, ve ne sono più di duecento» spiegò Hillèl. Poi, citando alcuni versetti della Torà, provò che si doveva offrire il korbàn Péssakh anche di Shabbàt.
Riconoscendo la superiorità della sua conoscenza della Torà, i Bené Bathyra abbandonarono immediatamente il loro incarico, affidando a Hillèl la guida del Sanhedrìn.
Dopo che il popolo l’ebbe accettato come nuovo capo, Hillèl rivolse loro dei severi rimproveri. «Perché io, appena arrivato da Bavèl, sono alla vostra guida?» chiese adirato. «È a causa della vostra negligenza; non vi siete impegnati abbastanza per ascoltare i due grandi maestri di Torà, Shmayà e Avtalyòn!».
A causa della sua ira, dimenticò una halakhà. Gli venne chiesto: «Rabbi, se prima di Shabbàt ci si dimentica di portare nel cortile il coltello per il sacrificio, lo si può fare nel giorno stesso di Shabbàt?».
«Ho sentito questa halakhà» riconobbe Hillèl, «ma non riesco a ricordarla».
Egli ordinò: «Osserviamo il popolo in questa vigilia di Péssakh. Gli ebrei, anche se non sono profeti, sono discendenti di profeti e possiamo presumere che le loro azioni si fondino sulla halakhà». Il giorno di Shabbàt, notarono che coloro che non avevano portato il loro coltello prima di Shabbàt, lo avevano nascosto nella lana dell’animale, affinché questi lo trasportasse.
«Ora me ne ricordo» disse Hillèl. «È la halakhà che ho imparato da Shmayà e Avatalyòn».

Perché l’ira e l’arroganza portano alla perdita della sapienza della Torà?
Il cuore dell’uomo non può, nello stesso tempo, custodire sia sentimenti egoistici che la Shekhinà, poiché questi sono antitetici. Nel momento in cui la collera o l’arroganza, la cui radice è l’egoismo, si impossessano del cuore, la Shekhinà lo abbandona.
Nonostante ciò, dobbiamo riconoscere che i motivi dell’ira di Hillèl erano puri. La sua pazienza e la sua umiltà sono diventate leggendarie. Egli si era irritato al fine di incitare il popolo ad accrescere lo studio della Torà, ma i saggi lo hanno criticato per il modo con il quale si era espresso: un talmìd khakhàm del suo calibro non avrebbe dovuto dire – anche se per un nobile scopo – che era diventato il loro capo perché aveva compiuto più sforzi nello studio.
Anche il rigore di Moshè si basava su motivi puri. Sapendo che El’azàr e Itamàr non avevano mangiato il korbàn, egli fu preso dal terrore al pensiero che i figli rimasti in vita avessero potuto commettere un errore ed essere puniti come Nadàv e Avihù. In ogni caso, i nostri saggi disapprovano la sua manifestazione di collera.

Il comportamento di El’azàr e Itamàr, che ascoltarono in silenzio il duro ammonimento di Moshè, nonostante la loro capacità di controbattere, meritò una ricompensa.
In seguito al peccato del vitello d’oro, un decreto di morte aveva colpito tutti i figli di Aharòn, ma tale verdetto era rimasto in sospeso. El’azàr e Itamàr, in virtù del loro silenzio, ricevettero l’annullamento del decreto da parte del Tribunale Celeste; inoltre, meritarono la vita spirituale. Quando l’Onnipotente insegnò a Moshè le leggi alimentari, ordinò che El’azàr e Itamàr ricevessero istruzioni accurate affinché potessero insegnarle al popolo. Avrebbero potuto ricevere una ricompensa più preziosa che la missione di insegnare la Torà alla comunità di Israèl?

Questo è l’insegnamento di re Shelomò:
L’orecchio attento ai rimproveri risiederà fra i talmidé khakhamìm.
Uno dei significati di questo versetto implica che se un maestro rimprovera l’allievo senza un valido motivo, ma l’allievo evita di contraddirlo per il rispetto che gli porta, meriterà le seguenti ricompense:
- Se è stato pronunciato un decreto di morte nei suoi confronti, questo verrà abolito.
- Meriterà la migliore esistenza possibile: risiederà fra i talmidé khakhamìm e ascolterà parole di saggezza.

Queste ricompense vengono donate “misura per misura” per avere sopportato l’offesa. La vergogna provata nell’umiliazione costituisce un “assaggio” dell’agonia della morte. Colui che, di buon grado, si sottopone all’umiliazione è esente dalla morte e riceve la vita.

 

 


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