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Il Midrash Racconta

Parashà di Bereshìt

Il settimo giorno: Shabbàt

Dio terminò al settimo giorno la Sua opera che aveva eseguito.

Questo versetto sembra voler suggerire che Hashèm abbia completato la Sua opera nel corso del settimo giorno. Una parabola ci aiuterà a capire.

Un re aveva preparato le nozze di sua figlia. Il baldacchino nuziale era stato innalzato e ornato dei fiori più belli. Per gli invitati erano stati preparati piatti deliziosi, mentre i musicisti facevano già risuonare i loro strumenti. Chi mancava ancora? La sposa, l’unica che poteva dare un senso a tutti quei preparativi.

Allo stesso modo il mondo fu creato nella sua bellezza e nella sua perfezione ma, l’essenziale, era assente: lo Shabbàt, il riposo. Solo la venuta dello Shabbàt rivelò al mondo il riposo: fu la creazione di Hashèm durante il settimo giorno.
Tuttavia, i saggi che tradussero in greco, per ordine di re Tolomeo, il versetto sopra citato, temettero un’interpretazione sbagliata e, unanimemente, trascrissero il versetto così: «Dio terminò il sesto giorno l’opera che aveva compiuto ed Egli si riposò il settimo».
Dio benedisse il settimo giorno.
La benedizione dello Shabbàt supera quella degli altri giorni della settimana in più modi:
1. Nel deserto, ogni venerdì, i figli di Israèl ricevettero una doppia razione di manna, per poterne mangiare lo Shabbàt. La benedizione rappresentata da questo supplemento di manna, non è che uno degli esempi della Promessa Divina secondo la quale, qualsiasi cifra spendiamo in onore dello Shabbàt, Hashèm ce la renderà.
2. Non solo ci vengono resi i sacrifici finanziari che dobbiamo affrontare per poter osservare lo Shabbàt, ma colui che onora questo giorno è ricompensato da una vita piacevole e da agiatezza materiale.

Rabbi Khiyà bar Abba racconta: «Un giorno fui invitato a casa di un uomo ricco di Ludkya. La tavola era portata da trentadue servitori che la sostenevano con sedici pertiche. La tavola abbondava delle vivande più squisite che l’immaginazione potesse concepire. Un bambino, seduto al centro del tavolo, proclamava: “A Hashèm appartengono la terra e quanto contiene!”». Il padrone di casa gli aveva affidato questo compito per ricordarsi sempre che la sua ricchezza non era sua, ma apparteneva a Hashèm; in questo modo non avrebbe ceduto alla tentazione della vanità.
Allora gli chiesi, proseguì Rabbi Khiyà bar Abba: «Figlio mio, che cosa hai fatto per meritare una tale opulenza?». Egli rispose: «Prima esercitavo il mestiere di macellaio. Ogni volta che vedevo un animale particolarmente bello, lo mettevo da parte per lo Shabbàt!».
Gli dissi: «Non è senza motivo che tu sei diventato ricco. Il tuo merito è grande!».

3. Hashèm ha benedetto lo Shabbàt, dispensando ai cibi un sapore gradevole.

Un giorno, Rabbi Yehudà invitò l’imperatore romano Antonino a condividere il pasto dello Shabbàt. Vennero serviti dei piatti freddi che l’imperatore trovò deliziosi. In seguito, egli invitò l’imperatore in un giorno della settimana e gli fece servire un pasto caldo. «Come mai» chiese Antonino «il pasto che ho consumato l’altro giorno era migliore di questo, nonostante fosse freddo?».
«Gli mancava una spezia» spiegò Rabbi Yehudà. Stupito, l’imperatore insistette: «Esiste un condimento che le cucine dell’imperatore non conoscono?». «Sì, certo: si chiama Shabbàt».

4. Grazie alla benedizione dello Shabbàt, gli empi, nel Ghehinnòm, il settimo giorno godono di una tregua ai loro tormenti e alle loro torture.
5. Hashèm gratificò il primo Shabbàt della creazione di una benedizione spirituale. Durante questo Shabbàt, Egli permise ad Adàm di gioire della luce speciale che Egli aveva creato il primo giorno, per poi nasconderla. Adàm poté approfittarne per trentasei ore: dodici ore di Erev Shabbàt e ventiquattro ore il giorno di Shabbàt. Questa luce brillò continuamente notte e giorno, così Adàm non assistette al calare delle tenebre, per tutta la durata dello Shabbàt. Per questa ragione la Torà, a proposito di Shabbàt, non dice: «E fu sera e fu mattina».
Alla fine di Shabbàt, questa luce scomparve e fece posto all’oscurità. Adàm, che non aveva mai visto la notte, ne fu terrorizzato. Disperato, si coprì il viso con le mani e gemette: «Guai a me! Hashèm mi ha punito per il mio peccato!».
Hashèm procurò, allora, due pietre ad Adàm e gli insegnò a far scaturire il fuoco strofinandole una contro l’altra. Quando Adàm ricevette il dono del fuoco, lodò Hashèm con la benedizione Boré meoré haèsh: «Benedetto Tu, Hashèm, nostro Dio, Re del mondo, che crea le luci del fuoco!». Ripetiamo questa benedizione ogni sabato sera, perché il fuoco fu creato in quel momento.
In questa stessa vigilia di Shabbàt, il giorno della sua creazione, Adàm peccò, mangiando del Frutto Proibito. Avrebbe meritato di essere punito immediatamente, ma lo Shabbàt stesso prese le sue difese: «Padrone dell’Universo» dichiarò a Hashèm. «Nel mondo non è mai morto nessuno; vuoi cominciare a infliggere castighi proprio di Shabbàt? Come puoi conciliare ciò con la santità e la benedizione che hai concesso a questo giorno?».
Per merito dello Shabbàt, Adàm fu salvato dai tormenti del Ghehinnòm, così esclamò: «Hashèm non ha benedetto e santificato invano questo giorno!». Intonò un inno in onore dello Shabbàt, cantando: Salmo, canto per il giorno dello Shabbàt. Lo Shabbàt, allora, intervenne: «Intoni un inno in mio onore? Lodiamo insieme Hashèm, piuttosto!». È bello fare omaggio a Hashèm: Adàm compose questo Salmo quando prese coscienza della santità dello Shabbàt.

 

Parashà di Lekh Lekhà

La quarta delle dieci prove di Avrahàm: la carestia nel paese di Kenà’an

Dal momento dell’arrivo di Avràm e della sua famiglia nella terra di Kenà’an, scoppiò una carestia, la più grave che il mondo avesse mai conosciuto, e non colpì nessun altra zona al di fuori di Kenà’an. La carestia fu una prova destinata a verificare se Avràm si sarebbe ribellato contro l’Onnipotente per aver mandato questa calamità. Dopo tutto, non era forse venuto in questo paese per ordine di Hashèm, e non era stato sempre Hashèm ad assicurargli le Sue benedizioni?
Tuttavia, la fede di Avràm in Hashèm rimase inviolata. Non emise neppure una lamentela. Egli decise che era opportuno lasciare Kenà’an e attendere le fine della carestia. Annunciò a sua moglie e a tutta la famiglia: «Andremo in Egitto: ho sentito dire che là il cibo abbonda».
Come è possibile capire l’ebreo che, anche nella situazione più infelice, continua ad affermare: «Tutto è a fin di bene»?
Questa caratteristica ci lega al nostro avo Avrahàm, che fu fermo nella sua incrollabile fede (bitakhòn) in Hashèm. Esposto alla carestia, Avrahàm non si lamentò, bensì si affidò alla Provvidenza Divina. In questo modo, i suoi discendenti, attraverso tutte le generazioni, poterono sopportare, senza disperare, le intollerabili condizioni di vita del ghetto e la tirannia dei popoli fra i quali dovettero vivere..

 

 


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